STEM e ragazze: a che punto siamo. Di Valeria Santoro

A che punto è la parità di genere nelle discipline scientifiche e tecnologiche in Italia? Tra stereotipi invisibili, divari formativi e scelte orientate più dalle aspettative che dalle abilità, molte giovani donne restano escluse dai settori che oggi concentrano occupazione, innovazione e potere economico. La scuola può cambiare questa traiettoria, restituendo libertà di scelta e indipendenza.

Quando parliamo di scienza e tecnologia in Italia, spesso ci muoviamo dentro una percezione più che dentro una descrizione fondata sui dati. Si è diffusa l’idea che la parità di genere sia ormai un traguardo raggiunto in tutti gli ambiti, compresi quelli scientifici e tecnologici: le donne studiano, si laureano, lavorano e alcune arrivano anche a posizioni di vertice.

Pensiamo che le ragazze siano ormai libere dagli stereotipi e che le differenze rispetto ai ragazzi si siano ridotte in modo sostanziale.
Stiamo lavorando perché sia davvero così.
Ma oggi non lo è ancora.
Per alcune sì. Per molte, no.

È per questo che siamo qui: per parlare delle ragazze e delle donne nelle STEM. Per fotografare il fenomeno, riconoscendo i segnali di miglioramento senza perdere di vista le criticità ancora aperte.
E anche per rispondere a chi, ancora oggi — inspiegabilmente — sostiene che la dis-parità di genere sia un tema ormai superato.

Se guardiamo ai numeri reali della presenza femminile nelle professioni tecnologiche, vediamo che le donne restano in netta minoranza rispetto agli uomini. È un nodo cruciale, perché molti dei lavori oggi più richiesti e meglio retribuiti sono legati all’intelligenza artificiale, all’ingegneria del software, alla cybersecurity, all’ingegneria energetica.

Restare fuori da questi settori significa restare ai margini della nuova distribuzione del potere economico. E lontano dai luoghi decisionali che possono orientare il cambiamento sociale.

I dati raccontano una realtà complessa: le laureate sono più dei laureati e spesso ottengono risultati accademici migliori. Tuttavia, questi risultati non si traducono in una presenza proporzionale nei settori scientifici e tecnologici, né in una valorizzazione equa nel mercato del lavoro. In Italia, le laureate STEM tra i 25 e i 34 anni rappresentano circa il 17% del totale delle laureate. Le iscrizioni femminili stanno crescendo, arrivando a circa il 37-39% degli iscritti STEM, ma il divario resta significativo, soprattutto nell’ICT, uno dei settori più richiesti e meglio pagati.

Le cause alla base di questi dati sono molteplici, e comprendere le condizioni sociali e culturali aiuta a capire perché molte ragazze scelgono di non intraprendere studi STEM e, quando lo fanno, spesso abbandonano il percorso.

Le radici del divario: la matematica e i primi anni di scuola
Per individuare le radici del divario, bisogna guardare molto prima dell’università: ostacoli significativi emergono già nei primi anni di scuola. In Italia il principale ostacolo scolastico per gli studenti resta la matematica. Secondo l’indagine Pisa-Ocse, in un contesto internazionale che ha visto crollare di 16 punti la preparazione in matematica, l’Italia risulta il paese con maggiore differenza tra ragazze e ragazzi in termini di apprendimento della materia, con gli studenti che hanno superato le studentesse di 21 punti. Questa differenza è la più elevata in assoluto tra tutti i paesi partecipanti allo studio. Oltre il 44% degli studenti non raggiunge i livelli minimi di preparazione.

I dati INVALSI confermano il quadro: nel 2025 quasi un maturando su due, il 49,2%, non ha competenze matematiche sufficienti, con un divario Nord-Sud di circa 30 punti, equivalente a un anno scolastico di differenza. Le difficoltà iniziano presto: già in quinta primaria solo il 66,4% degli alunni raggiunge la fascia base di competenze.

Chi fatica in matematica spesso ha difficoltà anche nelle altre discipline scientifiche. Questo orienta le scelte future e porta molti studenti a evitare percorsi in cui la matematica è centrale. I problemi, dunque, non nascono all’università: prendono forma tra i banchi della primaria.

Oltre le abilità: il peso delle aspettative
Quando si indagano le ragioni della scarsa presenza femminile nelle STEM, le spiegazioni non riguardano solo le abilità. Molte analisi riconducono l’origine di questo gap al contesto sociale e culturale.

La domanda allora è: cosa frena ancora le ragazze?
Non è più una questione di accesso formale. È – ancora – una questione di aspettative sociali, di percezione della propria competenza, di modelli culturali interiorizzati.

Gli studi mostrano che molti studenti attribuiscono alla famiglia un ruolo decisivo nella scelta del percorso di studi. E molti che evitano le STEM lo fanno perché le percepiscono come “difficili” o “non adatte a loro”.
Si autolimitano. Si arrendono prima.
Questo accade soprattutto tra le ragazze. L’autoselezione avviene spesso prima ancora del contatto reale con le materie.
Oggi raramente una famiglia dice esplicitamente: “Questa materia non è da ragazze”. Eppure, nell’educazione quotidiana possono insinuarsi freni invisibili: maggiore protezione dal rischio, orientamento verso percorsi percepiti come stabili, associazione implicita tra cura e identità femminile. Non è una proibizione dichiarata, ma orienta una deviazione che allonta le ragazze dalle STEM.

Sembra difficile credere che sia così.
Le ragazze oggi sono molto indipendenti, determinate. La società si sta modellando (lentamente) per redistribuire gli spazi tra uomini e donne.
Ma il gender gap resta un problema aperto.

Invitare le ragazze a studiare una materia scientifica significa proiettarle verso maggiori opportunità di occupazione.
È giusto pensare a uno sbocco lavorativo quando si sceglie un percorso di studi o si dovrebbero solo inseguire le passioni? Su questo punto mi sono interrogata a lungo. Ho ascoltato molti discorsi sulle scelte dettate dalle proprie inclinazioni, dai sogni. Senza pensare ai “soldi”.

Capisco lo slancio “romantico”, ma è un ragionamento che non tutti possono permettersi. Su questo dobbiamo essere pragmatici.
In particolare, per le ragazze, l’argomento “soldi” è ancora un tabù.

Dovremmo invece sdoganarlo perché le ragazze devono essere consapevoli che solo l’indipendenza economica può garantire loro la libertà di scegliere, e di decidere della propria vita in modo autonomo. È facile invece riscontrare come le ragazze siano ancora sollecitate a scegliere percorsi che consentano loro di conciliare lavoro e vita privata. Con il sottinteso che la carriera scientifica comporta dei sacrifici che, per una donna, potrebbero rivelarsi molto pesanti.

Gli insegnanti possono aiutare le ragazze a liberarsi dai limiti che le frenano, dai dubbi che le rendono fragili, dalle paure che le bloccano. Fornendo elementi concreti su cui decidere.
Agli insegnanti si chiede sempre tanto. Questo perché la scuola può essere il vero motore dell’ascensore sociale.

Orientare con i dati
A scuola ragazze e ragazzi possono imparare cosa significa davvero parità di genere. Non è solo un tema di incoraggiamento, è un lavoro sulla decostruzione dei bias.
L’orientamento deve mostrare con chiarezza che, nonostante le difficoltà, i settori tecnologici offrono oggi i tassi di occupazione più alti e remunerazioni più elevate di altri settori.
Non si tratta di “convincere” qualcuno a iscriversi a ingegneria. Si tratta di garantire che ogni scelta sia libera dal peso di condizionamenti invisibili.
Questo implica anche affrontare gli stereotipi precoci. Agire significa sfidare l’idea che esistano “materie per ragazzi” e “materie per ragazze”, aiutare docenti e famiglie a riconoscere quei commenti sottili che, già a dieci anni, suggeriscono alle bambine di essere meno portate per la logica o il coding.

E guardare i numeri. Il gap retributivo in Italia è significativo e può arrivare al 30% in alcuni settori. Tra le laureate STEM, a un anno dal titolo, il divario medio è circa del 12,6% rispetto ai colleghi maschi. I dati sull’occupazione delle laureate Stem sono incoraggianti: a cinque anni dalla laurea, il tasso di occupazione femminile STEM è intorno al 90%, poco sotto il 92,6% maschile. Un dato nettamente migliore rispetto alla media nazionale che vede la percentuale di donne occupate al 53% circa, molto lontana dal 69% degli occupati.

Le prospettive occupazioni sono positive anche per il futuro. Il mercato del lavoro segnala una forte domanda di competenze tecniche: oltre il 40% delle imprese cerca profili STEM e fatica a trovarli. Ridurre le barriere di genere significherebbe aumentare occupazione qualificata femminile, produttività e competitività del Paese.

Le criticità nel mercato del lavoro e il “leaky pipeline effect”
Nonostante la forte richiesta di profili STEM, la dis-parità di genere nelle carriere scientifiche si manifesta lungo tutta la struttura delle organizzazioni di ricerca, con le donne nettamente sottorappresentate nei ruoli decisionali, nei vertici accademici e negli organismi di governance. Il fenomeno, noto come “leaky pipeline” (tubatura che perde), caratterizza i sistemi scientifici di molti paesi, indipendentemente dal livello di sviluppo economico, con effetti diretti sulle priorità strategiche, sull’allocazione delle risorse e sulle politiche di reclutamento. Secondo i dati raccolti nel Towards gender equality in scientific organizations, curato dall’International Science Council (ISC), dall’InterAcademy Partnership (IAP) e dallo Standing Committee for Gender Equality in Science (SCGES), negli ultimi 10 anni la presenza femminile complessiva è aumentata. Nel 2025, nelle accademie le donne rappresentano in media il 19% dei membri, rispetto al 12% del 2015 e al 16% del 2020: un progresso costante, ma comunque modesto, che resta ben al di sotto della quota di donne nella forza lavoro scientifica globale, pari al 31,1%, secondo varie stime globali citate dal report. La situazione appare ancora più critica nei ruoli apicali: solo un’accademia su cinque è guidata da una donna, senza miglioramenti negli ultimi cinque anni. Le accademie che utilizzano comitati dedicati alle elezioni riportano una presenza femminile media del 34%, contro il 17% di quelle che si affidano al voto di tutti i membri, suggerendo che approcci strutturati favoriscano l’equità. Le scienziate combattono anche contro condizioni di lavoro profondamente diverse da quelle dei colleghi uomini: secondo il sondaggio, hanno 4,5 volte più probabilità di perdere opportunità professionali a causa di responsabilità di cura (come la gestione dei figli o dei familiari anziani) e 2,5 volte più probabilità di subire discriminazioni o molestie. A scoraggiare la permanenza in ambito scientifico, soprattutto nella ricerca, è il lungo percorso di precariato: contratti atipici e poco remunerati portano, in particolare le donne, a rinunciare alle proprie ambizioni professionali quando bilanciarle con i desideri personali (maternità) diventa impossibile.

Il valore strategico della presenza delle donne nelle Stem
La presenza delle donne nei settori scientifici ad alto valore tecnologico non ha solo un valore simbolico, ma risvolti concreti. Team di ricerca più eterogenei producono un’innovazione più solida e soluzioni capaci di rispondere meglio ai bisogni reali della società. Una tecnologia progettata con una presenza femminile limitata rischia di tradursi in prodotti e servizi meno efficaci, dalle piattaforme digitali fino alle scelte in ambito energetico.

In una fase segnata da transizione ecologica e trasformazione digitale, lasciare inutilizzata una parte del talento disponibile ha un costo economico concreto. Le analisi internazionali indicano che una maggiore partecipazione femminile nei settori tecnologici può incidere in modo rilevante sulla crescita del Pil e sulla riduzione del divario occupazionale qualificato, con effetti diretti sulla competitività del Paese e sulla coesione territoriale.

Riconoscere e coltivare il talento, il ruolo della scuola
Su un punto sembra esserci una convergenza (quasi) unanime: il talento non è distribuito per genere.
Le opportunità, purtroppo, sì.

Cosa può fare la scuola?
Per superare davvero gli stereotipi occorre normalizzare l’errore nelle STEM, dare visibilità a modelli femminili reali, separare talento e sicurezza percepita, legittimare l’ambizione femminile, mostrare il valore economico e sociale di queste discipline.

La scuola è uno dei pochi luoghi dove questa distribuzione può essere riequilibrata.
Bisogna educare i ragazzi.
Non basta liberare le ragazze dagli stereotipi: bisogna liberare anche i futuri uomini dai pregiudizi sulle competenze femminili.
E sostenere le ragazze.
Soprattutto quelle giovani donne brillanti che non si percepiscono come tali perché imparano presto a non esporsi troppo, a non osare troppo, a non occupare troppo spazio, a non definirsi portate per materie difficili. Per le ragazze c’è sempre un “troppo” che rischia di imprigionarle.

Il talento femminile spesso non si presenta come sicurezza esibita. Si esprime come precisione, costanza, profondità, analisi silenziosa. Se non lo si cerca attivamente, rischia di passare inosservato.
Ci sono ragazze che alzano poco la mano, anche quando sanno tutto.
Ragazze che prendono voti alti, ma non pensano di essere “portate per ingegneria”.
Ragazze bravissime in matematica che credono “non sia la loro strada”.
Spesso non è una scelta consapevole. È adattamento alle aspettative.

La scuola può cambiare questa traiettoria. Ne sono profondamente convinta.
Incoraggiare una ragazza dopo un errore, chiedere a una studentessa timida di spiegare un passaggio di una teoria, citare come modelli scienziate accanto agli scienziati. Molte donne STEM, quando raccontano la loro storia, non ricordano un evento straordinario. Ricordano una persona.

Qualcuno che ha visto qualcosa prima che fosse visibile.
Spesso un insegnante.
Quell’insegnante può essere ciascuno di voi.


Condividi questo articolo: